Tratto da: Il sacro artefice vel Mitologie degli artigiani medievali – Paolo Galloni (uno storico davvero incredibile)
Teoria delle reti e degli intrecci
"È azzardato affermare che le roventi viscere del serpente-drago possano in alcuni casi evocare la fucina, il lavoro di tempratura e di fusione? Nel caso in cui si accetti l’ipotesi di lavoro affermativa occorre fare uno sforzo per sfuggire alla semplificazione, al raffreddamento razionalistico di una materia che invece ribolle, in cui ogni interpretazione genera nuove complicazioni. Rivolgo al lettore un invito: considerare la conoscenza in primo luogo come esperienza della complessità, esperienza dell’irriducibilità delle culture e delle coscienze rispetto alle equazioni unificatrici.
La complessità da cui non si può e assolutamente non si deve sfuggire è innanzitutto quella che concerne il funzionamento delle reti di connessioni e dei sistemi di traduzione del significato di un
oggetto culturale a seconda del suo (variabile) posizionamento nella predetta rete. Le informazioni sono soggette a trasferimenti da un sistema-società a un altro, in senso sia sincronico-spaziale (da un luogo a un altro in un dato momento storico) che diacronico-temporale (da un’epoca a un’altra all’interno dello stesso sistema); ma i trasferimenti interni a uno stesso sistema culturale in una certa fase da un ambito di sapere a un secondo sono altrettanto rilevanti.” Abbiamo così il costante riposizionamento di informazioni provenienti dal proprio e dall’altrui passato (esemplari le ricette greche in Mappae Clavicula) insieme agli scambi di dati e alle compenetrazioni tra gli ambiti della narrativa orale, della medicina, delle arti meccaniche, per limitarsi solo a qualche nome.
A ciò si aggiunge un terzo intreccio che coinvolge quelle che Marshall Sahlins ha definito «strutture prescrittive» e «strutture performative» a seconda del loro grado di apertura alla storia e al cambiamento. «Gli ordini performativi tendono ad assimilarsi alle circostanze contingenti; quelli prescrittivi, invece, assimilano le circostanze a se stessi, attraverso una sorta di negazione del loro carattere contingente […]. Da ciò deriva anche che in ogni società esisteranno certi luoghi strategici dell’azione storica, zone calde dal punto di vista événementiel, e altri che invece risulteranno relativamente chiusi». Ciò che voglio sostenere è che qualsiasi informazione o oggetto culturale partecipa di volta in volta di un diverso grado di apertura alla storia, di prescrittività o di performatività, in relazione al variabile luogo di posizionamento nella rete di connessioni che ne precede la decodifica e la lettura da parte degli attori culturali…”
La falsa competenza crea mostri convinti di molto con davvero poco in testa.
Il falso competente giudica il mondo senza mai aver messo il naso fuori dalla tana e si autoproclama centro dell’universo perché, nel grigiore della solitudine, guarda con terrore la Differenza delll’Altro.
Si aggira furtivo, inconsitente e testardo, subendo la vita con esperienze di seconda, terza, quarta mano. Che inevitabilmente spaccia per proprie.
Crede solo a ciò che vuole, forte e fiero del proprio paraocchi.
Non vuole afferrare l’
ἀρχή
delle cose perché, rifiutando l’oggettività di alcuni fatti, può permettersi una vita priva di responsabilità. Fermandosi alla superficie del fenomeno, non ha coraggio a procedere oltre ai propri limiti. Anzi li esalta, a metà strada tra vittimismo ed egotismo, per farne un assoluto che rafforzi i propri preconcetti. Per darsi ragione e senso procede così, come in un circolo vizioso, in un mondo che è unicamente autoreferenziato.
Patologico.
Ai tempi del liceo io e S. suonavamo insieme.
Ci ritrovavamo nella sua soffitta e lassù le ore volavano; ascoltavamo di tutto, dai 33 giri storici, alla musica classica. Dal jazz agli orrori pop degli anni ’90. Tutto senza pregiudizi, con una voracità tipicamente adolescenziale.
E poi tentavamo di riprodurre quello che ci aveva colpito di più, cercando di trasmettergli un’impronta che fosse nostra.
I mezzi di cui disponevamo erano ovviamente improvvisati: strumentazione praticamente assente, o “inventata” sul momento.
La mia prima chitarra mi era costata 50.000 L : i risparmi di due anni. Un cassone orrendo, impossibile da accordare. Passato di mano in mano per generazioni di squattrinati aspiranti Hendrix.
Iniziai da subito a suonarla come fosse un basso. Così d’istinto percuotevo le corde con due dita.
A tutt’oggi non sono in grado di usare un plettro.
S. aveva inziato a scrivere musica sua. Così d’istinto anche lei: canzoni intense, alcune in friulano, altre in italiano, altre ancora in inglese.
S. è dannatamente brava. Ma non si prende troppo sul serio. Non le interessa. Ha inciso un paio di album, ma non rincorre niente.
Ora si appresta a tirare fuori il terzo e mi ha chiesto se suonerò per lei come turnista.
Dopo dieci anni di nuovo insieme.
Lo considero un onore.